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Manfredo Palavicino - Giuseppe Rovani

G >> Giuseppe Rovani >> Manfredo Palavicino

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This book has been completed in cooperation with the Progetto Manuzio,
http://www.liberliber.it

Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team.






MANFREDO PALAVICINO

O

I FRANCESI E GLI SFORZESCHI



STORIA ITALIANA

RACCONTATA DA

GIUSEPPE ROVANI


SECONDA EDIZIONE


----


MILANO 1877

PRESSO Carlo Barbini EDITORE

Via Chiaravalle, 9





INTRODUZIONE


Uno Stato che, dopo aver raggiunto, quasi potrebbe dirsi, un primato
di prosperita`, di floridezza e di coltura, si arresta improvviso,
tentenna, si sconnette, perde finalmente tutto quanto aveva acquistato
con un lavoro assiduo di mezzo secolo; ne` solo perde cio` che possedeva
di bello e di grande, ma cade nel piu` profondo della miseria e del
languore; questo Stato, io dico, presenta senza dubbio uno spettacolo
troppo degno che alcuno vi si fermi coll'attenzione; e tanto piu` in
quanto contemporaneamente e nel medesimo paese, un'altro Stato
raccogliendo gli effetti del lavoro di piu` secoli, e per l'impulso
speciale e potente d'un uom solo, si porta invece di tratto al piu`
alto punto della civilta`, e veste uno splendore ed un lusso, diro`
quasi, festoso e tripudiante.

Quest'epoca e questo paese, in cui succedono due fatti cosi` opposti,
offrono un bel materiale d'operazione allo storico ed all'artista.
Allo storico per l'indagine sagace delle cause, per la stima sapiente
degli effetti; all'artista per quel forte contrasto d'elementi, di
figure, di passioni, di tinte da cui, quasi sempre, suol scaturire il
bello delle opere d'immaginazione.

Pero` codesto tratto di storia e` l'argomento che sarebbe piaciuto
poter sviluppare intero nel presente lavoro: Milano e Roma, le due
prospettive da colorirsi a quelle cosi` opposte intonazioni di tinte.
Milano co' suoi duchi scaduti, viene a trovarsi implicata colla
Francia, il suo re battagliero, i suoi luogo-tenenti crudeli; Roma e
il magnifico suo pontefice che sono intesi a spegnere la folla dei
tiranni nella media Italia, obbrobriosi per delitti e atrocita` d'ogni
maniera; nel mentre questi, aiutando Francia per tenersi forte contro
il pontefice vengono a concorrere alla rovina del Milanese,
fintantoche`, percossi da Roma piu` potente, lascian nudo un fianco alla
Francia, e Milano, giovata da quest'ordine di cose, da Roma, dalla
lega, puo` riaversi un tratto da quel duro e atroce regime.

Dramma a larghissime dimensioni, nel quale piu` Stati son le figure
colossali che aggruppano il nodo e s'affaticano allo scioglimento.

Se non che, trattandosi di un'opera d'immaginazione, in cui la
materia storica dev'essere cosi` stemprata nel diletto, che facilmente
venga digerita anche dalle piu` gracili intelligenze, conveniva
diminuire le troppo ampie dimensioni coll'accostare la periferia piu`
che fosse possibile al centro, adoperando per altro di maniera, che se
ne conservassero intatte le proporzioni relative; conveniva insomma
far quello che fa la camera ottica, la quale, su d'una piccola tavola,
raccoglie cio` che appena potrebb'essere contenuto da uno spazio di
migliaia di metri.

A far questo era indispensabile un punto, che porgesse il mezzo di
congiungere senza soverchia fatica, e, quel che piu` importa,
senz'artifizio troppo palese, tutti gli elementi cosi` lontani tra loro
e cosi` disparati; cosa che non sarebbe stata difficile qualora,
camminando suite solite orme, si fosse voluto introdurre un
personaggio ideale, e dare a lui l'incarico di guidare i lettori nella
via della storia, e di connettere le cause e gli effetti de' piu`
notabili avvenimenti.

Ma essendosi l'autore intestato che il protagonista avesse ad essere
propriamente storico, se ne sarebbe al certo rimasto co' suoi
desiderii, se la storia medesima non si fosse, a dir cosi`,
espressamente adoperata per mettergliene innanzi uno che a farlo
apposta, non poteva per certo riuscir migliore.

Questo e` il Manfredo Palavicino, giovane patrizio milanese, del quale
l'ingegno e l'animo forte, le svariate vicende della vita e l'ultime
sventure, porgevano senz'altro aiuto, abbastanza da fermar
l'attenzione anche de' piu` indifferenti e svogliati.

Appartenendo esso alla classe de' patrizii, sebbene avverso al loro
partito, ci porge tuttavia il mezzo d'investigare quanta parte avesse
quel ceto nel complessivo risultato storico rispettivamente alla
Lombardia nel secolo XVI.

Avendo, per essersi incontrato nella figlia del signore di Bologna,
contratte relazioni e nimicizie ed odii con taluno che dominava nella
media Italia, ne fa conoscere in parte la condizione, gli usi, gli
abusi; ne conduce finalmente a veder Roma, la citta` eterna, dove per
assai tempo ebbe a fermare la sua dimora.

Nemico alla Francia, e da lei assiduamente perseguitato, caldissimo
fautore di Francesco Sforza e a lui carissimo, ne mette in bella luce
le virtu` di questo, ne fa conoscere l'ingiustizia di quella.

Sovrattutto parve all'autore, dopo aver tentato i segreti della
storia, riuscisse sovramodo interessante il gruppo di quei tre
personaggi Palavicino, Ginevra Bentivoglio, Sforza, perche` in quel
loro incontro, nello stesso luogo e nel medesimo tempo, in quella
parita` di giovinezza, in quell'associazione di vita e di comunanza
d'interessi, (comeche` breve e lontana sia l'opera dell'ultimo di
essi), in quel forte legame d'amore, a non voler star paghi del nudo
fatto e della semplice cifra, gli sembro` vedere qualche cosa piu` di un
puro accidente, ma alcun che invece di altamente prestabilito, ma una
mano, provvida e sapiente che avesse espressamente gettate nel mondo e
aggruppate quelle tre creature, perche` nel mentre avevano a soffrire
per le colpe dei loro padri e della loro classe, ne fossero in una
volta l'espiazione e la riparazione potente.


In questi tempi, in cui la fantasia stranamente prodiga di taluno de'
nostri vicini d'oltremonte e` usa imbandire cosi` laute e forse
indigeste mense alla folla incontentabile, ed a stordire il lettore
nella sua noja piu` forse che ad appagarlo nelle sue pretese, lo
trascina, quasi potrebbe dirsi, a coda di cavallo, sul popolato campo
della vita attuale. In questi tempi che i labbri, viziati dagli
spiritosi e forti liquori, facilmente fastidiscono ogni altra bevanda
che loro sia porta, e` ardua cosa assai il gettare alle moltitudini un
libro qualunque esso sia.

Pero` l'autore non puo` dissimulare l'insolito timore dal quale e` preso
nel pubblicare il presente.

Di se`, dell'opera propria ha sempre dubitato e dubita tuttavia, con
sensibile stringimento dei precordi, non tanto pero` quanto
dell'inesorabile pubblico. Di questo pubblico sazio dall'abuso,
indifferente, svogliato, e per nulla disposto a sperar bene di un
lavoro che sia fatto da italiano, stampato in Italia, trattante
italiane cose, e che lasciando il presente, benche` senza mai
dimenticarlo, risalga al passato.

Ad ogni modo il libro e` questo. L'autore vi si e` applicato con amore,
che nel corso dell'opera talvolta fu piu`, talvolta fu meno, talvolta
eccessivo, talvolta anche nullo; ne ha concepita inoltre qualche
speranza che comparve, disparve e ricomparve coll'assidua
intermittenza delle febbri terzane. Ora quel che ne attenda, non
saprebbe dir con certezza. Il lettore ci provveda, provvedeteci voi,
amabili leggitrici, e percio` vogliate ascoltare una parola ancora.

Se talvolta facendo la via per certe aride steppe, l'ambio della
cavalcatura fia per esser lento qualche poco, procurate rintuzzare il
soporifero della noja, rintuzzarlo confortandovi nel pensiero che
verra` il tempo delle corse affannate, delle aspettazioni ansiose,
delle scosse non attese, dei forti affetti, e degli angori, piu`
dell'acre cipolla, formidabile ai vasi lacrimali; e che forse anche
dopo caduto il libro dalle mani vostre, le oscillazioni vorranno
continuare per qualche poco ancora.--L'autore lo spera--Sperate anche
voi.





PERIODO PRIMO


CAPITOLO PRIMO


Quel canto della contrada delle Ore, ove alzando un tratto lo
sguardo, si ha il vantaggio, di vedere un lato della chiesa di s.
Gottardo e la torre del suo famoso orologio, che e` sempre un buon
pezzo d'architettura, non fu mai, a nessun'epoca, oggetto di molta
attenzione; ed e` in questa parte, dove la massima noja viene oggidi`
ad assalire il granatiere del corpo che vi passeggia a guardia;
soltanto trecentoventinove anni or fanno[*], il giorno de' santi
Cornelio e Cipriano, che cadeva allora al tredici settembre, la
parte di popolazione che poteva reggersi sulle gambe, passo` quasi
tutta per di la`, a gettare un'occhiata ben attenta a quell'angolo
che in quel di` ebbe un successo, quale non ebbe a vantar mai ne`
prima ne` dopo. A quel canto si vedeva bensi` un'immagine di Maria
Vergine, che ora non c'e` piu`, dipinta piuttosto male da uno scolaro
di Luino per mezzo scudo del sole, con innanzi due torchietti
sempre accesi e due vasi di fiori sempre freschi, alla cui
conservazione e spesa tanto ordinarie che straordinarie
sopratendeva il barbiere che vi avea bottega li` presso. Del resto
non offrendo allora quel luogo nulla di diverso da quanto possa
offrire oggidi`, si poteva ragionevolmente maravigliarsi vedendovi
una cosi` gran moltitudine ferma ad osservare, non potevasi
congetturar cosa. Ma nella notte prima, quando battevano le sei ore
appunto all'orologio di San Gottardo, un gentiluomo, accompagnato
da un suo famiglio, era stato cola` assalito da quattro soldati con
spadoni e pugnali; il gentiluomo n'era rimasto affatto affatto
illeso; e i quattro assassini, inseguiti, agguantati, percossi, e
strettamente legati dalle guardie svizzere dell'eccellentissimo
duca, erano stati condotti in castello. Avvenimento che da tutti
era qualificato per un vero miracolo, la cui spiegazione non poteva
esser difficile, per essersi commesso l'attentato sotto gli occhi
medesimi della Vergine Santissima.

[*] La prima edizione della presente storia fu pubblicata nel 1845.

La folla aveva cominciato fermarvisi, a che appena suonava la prima
avemmaria in Duomo, e cambiata e rinnovata, e` impossibile dir quante
volte, vi stava stipata or tuttavia che i monsignori nella sagrestia
orientale s'adattavano in fretta la cappamagna, battendo in quella gli
ultimi tocchi de' vespri; trattavi anche allora, come sempre, da
quella specie d'istinto pel quale ci sembra che la presenza del luogo
ov'e` avvenuto un gran fatto ci aiuti a ricostruircelo in mente, anche
senza esserne stati testimoni, e malgrado il silenzio delle muraglie.
Del resto, ad un simile silenzio s'affannava in quel giorno di
soccorrere l'eccessiva loquacita` del barbiere, il quale, fin dalla
notte, s'era, al rumore insolito, affacciato alla finestra, aveva
anche esso data una voce, aveva veduto e traveduto; all'alba, chiamato
giu` dagli avventori che lo martellarono di domande, aveva saziata la
curiosita` loro; interrogato poi da tutti quanti passavano per di la`,
s'era assunto l'ufficio di narratore, e quelle cinque o sei frasi,
nelle quali stava racchiusa tutta la storia del fatto; le aveva quel
di repetute, non si puo` calcolare quante centinaia di volte.

E anche in questo momento che continuavano i tocchi della campana de'
vespri, stava intertenendo dell'avvenuto due o tre che attentamente lo
ascoltavano.--Ecco, qui, diceva, quando mi sono affacciato col
lampione, gli assassini fuggivano per di qui, e i due soldati della
guardia venivan gia` loro alle coste molto bene, intanto che sei o
sette labarde del duca correvano a furia dalla piazza. Il marchese
stava fermo a questo posto, lo vedete... a questo posto qui dove son
io; teneva ancor sfoderata la spada, e dicendo al famiglio che
cessasse ormai dal gridare tant'alto, che piu` non era bisogno, rideva
vedendolo cosi` fuori di se`; ma colui era tanto scalmanato che non
l'udiva nemmanco, e continuava a mandar grida.

--E tu cos'hai fatto allora?

--Per me non sarei gia` disceso, cari signori; ma quando m'accorsi
ch'era il Palavicino, gli diedi una voce e dissi: Signor marchese, si
faccia coraggio! e venni abbasso e uscii sulla strada. Dico al
marchese: Fate a modo mio, bevete un bicchiere di Monterobbio, che ne
ho ancora una botticina per fortuna... e so cos'e` spavento.... A
queste mie parole lui s'e` messo a ridere... e....

--Diavolo... volevi che si sconciasse per si` poco uno che fu alla
battaglia di Ravenna e di Novara?

--In quanto a questo avete torto, che` la guerra e` tutt'altro gioco....
Ma, come dicevo, lui s'e` messo a ridere e mi prese la mano, gia` sapete
quanto e` affabile quel signore, e mi fece tenere un mezzo ducatone,
che e` questo qui che vedete, ancor nuovo di zecca, e mi disse: Il
Monterobbio lo berrete voi. Dopo si volse un tratto all'immagine della
Madonna, e levatosi il berretto, mi parve dicesse delle divozioni, e
subito dopo torno` a Palazzo.

A questo punto pareva che il barbiere avesse finito di parlare, ma si
volse in quella ad un altro.

--Vorrei mo` sapere precisamente, diceva quel tale, come fu codesta
storia di jeri notte?

--Ecco qui; quand'io mi sono affacciato gli assassini fuggivano....

--Oh, basta! entrarono allora a dire ad una voce molti borghesi, che
quella storia l'avean gia` sentita a ripetere piu` di tre e piu` di
quattro volte. Di questo ne sappiamo assai.... Adesso sarebbe una gran
cosa il poter sapere chi ha pagati i sicarj....

--Questo e` bene quanto vorrei sapere anch'io; ma... fammi indovin....

--Io l'avrei bene il mio sospetto.

--Sentiamo, sentiamo, sentiamo.

--Siccome ognun sa i brutti guai che intervennero fra il giovane ed il
vecchio marchese suo padre, e in che duro modo esso abbia cacciato
fuor di casa il flgliuol suo, e che anche adesso lo vorrebbe morto,
tanto e` trasportato dall'ira, perche` sia cosi` stretto amico dello
Sforza, pensando poi che domani il giovane marchese sara` a combattere
contro i Francesi, pe' quali il pessimo vecchio darebbe l'anima, cosi`
crederei....

--Oibo`, oibo`! che dite mai?... un padre?... Ma un padre puo` bene far
tutto che vuole, non mai attentare alla vita del proprio figliuolo....
Oibo`!... che diavolo avete detto?

--Ma cosa so io?... se ne odono di cosi` strane a' nostri di, che....

--No-no-no, entro` a parlare un terzo, che s'era allora allora
accostato al crocchio, e al quale tutti fecer largo; Carl'Ambrogio ha
parlato bene.... Un padre, per quanti dispetti possa avere, non si
attentera` mai di fare una cosi` infame azione. Sapete piuttosto cosa
sara`?... Sara`, che siccome a' Francesi e` noto che il Palavicino e`
caldo amico dello Sforza, e che la sua buona spada pesa per dieci, e
va poi innanzi a tutti nell'odiar loro, cosi` crederei....

--Oh questa e` grossa, e` grossa, il mio caro Burigozzo.

--Ma lasciatemi dire.

--Ho compreso bene, non si sbaglia; ma e` grossa, torno a ripetere. Se
da` la sorte, i Francesi che voi dite non san forse nemmanco che esista
il marchese. Il marchese e` noto qui fra noi, perche` semina, come suol
dirsi, i ducati per le contrade. E` noto pei grossi guai che ha detto
qui Carl'Ambrogio, per le tante lagrime che e` costato a quella cara
donna di sua madre, la quale avrebbe avuto a ringraziar Dio se fosse
caduta morta il di` stesso che ando` sposa del vecchio marchese: per
queste cose dunque esso e` noto fra noi; ma fuori del Ducato chi volete
che sappia nulla di tutto cio`? E i Francesi?... Ma posto anche che i
Francesi conoscan lui, com'io conosco voi.... e cosi`.... che
credereste?... potrebbe lor forse dar ombra codesto giovane, per
quanto sia buona la lama della sua spada?.... E` grossa, insomma; e`
grossa, e non mi par vero che abbiate parlato voi!

Facendo questi e simili discorsi quelle tre o quattro persone, passo
passo, allontanandosi da quel luogo, trassero sotto la piazza del
duomo, attraversata la quale, si ridussero verso al portico de'
Figini, dove tornarono ad unirsi in crocchio permanente innanzi ad una
bottega di merciaio.

Se un pittore, al quale un comittente, buon amico de' tempi andati,
desse a ritrarre in tela una radunata di popolo nel principio del
secolo XVI sulla piazza del duomo, si credesse, senza passare piu` in
la`, di poter rispondere al bell'assunto, col fare il suo bozzetto
ritraendo la piazza quale si presenta oggidi`, farebbe assai male le
cose sue.

Ne` basta che anche in oggi sia quell'area medesima di tre secoli
fanno, quel medesimo duomo; quel portico, quel palazzo ducale istesso.
La mano del tempo, quella degli uomini, il progresso, e talvolta, se
pur vuolsi, il regresso, coll'assiduo mutare e rimutare, tanto e poi
tanto vi ha tolto ed aggiunto, che se il buon Burigozzo, che noi
abbiam veduto ridursi alla sua bottega, tornasse, per un miracolo,
tra' vivi, assai penerebbe ad orientarsi.

Quella gran macchina del duomo incompiuta, coperta di tanti
impalcamenti quante sono adesso le sue guglie, era tale ormai che gia`
faceva inarcar le ciglia di stupore a' riguardanti; ed anzi non dando
luogo a determinare precisamente, per la sua imperfezione medesima,
quel che ne sarebbe riuscito, condotta che fosse all'ultimo termine,
faceva che nella fantasia degli spettatori, come suole avvenire, piu`
ancora se ne ampliassero le gia` colossali dimensioni. Ne` la natura e
piu` che tutto la forma degli edifizi che le stavano intorno
contrastavano a quella gotica mole. Il portico de' Figini, surto da
quasi due secoli, non presentava quell'incomportabile miscuglio
d'architettura che tanto offende oggidi`. Su quelle colonne, su quegli
archi a sesto poggiava un sul piano di case co' finestroni di forma al
tutto gotica, ornati di pietre cotte ad arabeschi e aventi nel mezzo
una sottile colonna sulla quale si congiungevano due piccoli archi;
tutta quella parte d'edificio che dalle colonne s'innalzava al tetto,
per la forma, per gli ornati, per la tinta di un rosso fatto cupo dal
tempo, rendeva immagine press'a poco dell'odierna facciata
dell'Ospedal Maggiore. Rimpetto al portico dove or sorge quel
rozzissimo corpo d'edifizi, senza un colorito al mondo ne` di tempi, ne`
di civilta`, ne` fosse pur anco di vetusta barbarie, l'area era allora
affatto sgombra, e soltanto sorgeva qui e cola` alcune trabacche, le
quali per altro non impedivano che l'occhio da quel lato spaziasse per
un ambito infinitamente piu` ampio che non sia oggidi`, e per cui tutto
si vedeva il palazzo ducale, d'architettura gotica esso pure, esso
pure contesto di pietre cotte, alle quali il tempo aveva dato quella
tinta severa, che segna, se puo` passar l'espressione, l'aristocrazia
degli edifizi; archi a sesto acuto in fila, finestroni larghi, alti, a
due archi, ad ornati arabeschi. Stemma visconteo e sforzesco in vetta
a tutte le porte.

L'uniformita` dunque dell'architettura in due distinti edifizi che
sorgevano accanto al duomo, la loro tinta severa era ben lontana dal
produrre quella sensazione disgustosa che oggi per avventura puo`
nascere in chi stia contemplando quel pensiero sublime, gigantesco,
incomparabile del tempio, in mezzo alle tante incompatibili, diro`,
sgrammaticature che gli stanno intorno.

Un altro edifizio poi concorreva col resto a far si` che la piazza si
mostrasse allora con aspetto si` diverso da quel d'oggigiorno, ed era
la chiesa di santa Tecla, l'antichissima ausiliaria del maggior tempio
milanese, la quale gli sorgeva quasi di fronte e guardava colla
facciata la strada Marzia che le si apriva rimpetto.

E quale all'epoca, a cui ci troviamo, presentavasi la piazza, si puo`
anche dire si presentasse la citta`, su la cui faccia architettonica,
parlando de' principali edifìzi, v'era un colorito di eta` e di
grandezza che presso noi e` al tutto scomparsa. Ad onore del vero si ha
a dire bensi` che immensamente ha guadagnato in quanto a comodo ed a
pulitezza; e come potrebbe essere altrimenti? che scomparvero quelle
vie bistorte, quelle fronti mostruose di case, gl'impuri angiporti, le
corrompenti chiaviche, le lobbie, i cavalcavia, le bicocche, le
impalcature che allora la deturpavano; ma con queste quante altre cose
scomparvero! Quanto ha perduto in faccia all'arte, in faccia alla
storia! A vederla com'e` oggi, sembra in tutto una citta` surta da ieri;
per conoscere la sua vita e` mestieri ricorrere al volume, ne` per
richiamarsi in mente le sue epoche memorabili non basta un colpo
d'occhio che si getti su lei da qualche eminenza; tutto fu raschiato
via, parrebbe a bell'apposta, dagli artistici pregiudizi,
costringendola, direi quasi, a far la figura d'un patrizio, il cui
nome per demeriti siasi voluto scancellare dal libro d'oro.

E almeno si fosse atterrate le vecchie cose incuriosi delle memorie
venerabili che loro erano state commesse, per lasciar modo all'arte di
tentar nuovi campi; e all'epoca nostra di vestirsi di forme tutte
proprie. Ma le cose di un'antichita` a noi piu` vicina parvero
incomportabili appunto, pel desiderio di riabilitare le linee di
duemila anni fa.

Del rimanente contagio e` codesto comune a quasi tutta Europa, e con
tante istituzioni e che so io, si e` giunto ovunque a rendere di un
calore uniforme i prodotti delle varie intelligenze. I guardacosta del
preteso buon gusto, piu` oculati di un assistente di dogana, vegliano
assidui sui contrabbandi delle fantasie d'oggidi`; immobili come un dio
termine, incorruttibili come la sentinella che mise la baionetta alla
vita di Bonaparte, gridando tuttodi` all'umano ingegno: _On ne passe
pas_--di qui non si passa.--Almeno fossero stati tenaci di questo
sistema, anche allorquando trattavasi di lasciar com'erano le cose
vecchie nelle quali la storia era inviscerata; ma per una strana
combinazione allora appunto se ne dimenticarono; pero` sara` ottima cosa
che noi lasciamo in pace i presenti` e ritorniamo tra quel crocchio
ormai numeroso che sta fermo innanzi alla bottega del merciaio
Burigozzo.

Costui, a que' tempi assai lontano dal sospettare che l'immortalita`
sarebbesi preso l'incomodo di prender nota del suo nome, e ch'egli
trasportato dalla corrente degli anni, sarebbe disceso giu` giu` insino
a noi in compagnia di molti illustri, non era allora cospicuo che per
una insaziabile curiosita` di conoscere i fatti altrui, e una
disposizione infaticabile a cicalare ed a fiscaleggiare il terzo e il
quarto per raccogliere le notizie esatte di quanto avveniva in Milano.
Tutte qualita` che ad un occhio avvezzo avrebbero potuto rivelare uno
storico; ma inallora il suo genio se ne stava latente nell'involucro
adiposo della sua bassa persona che egli aveva il costume di dondolare
ogniqualvolta stesse a dare od a ricever parola da qualcheduno. La sua
loquacita` poi veniva mantenuta ed accresciuta dall'utile che in linea
commerciale egli ne traeva, giacche` i molti suoi avventori una volta
che si ponessero a sedere alle tavole collocate ai lati della bottega,
non sapevano staccarsene cosi` facilmente, per la qual cosa
allorquando, alla Torre de' Mercanti suonava la grossa campana delle
quattro ore di notte egli si trovava aver vuotate molte pinte
d'acetosella e d'acquavite, giacche` e` a sapersi ch'eran molti i generi
di commercio che si vendevano in quella sua bottega, e alla vendita
del frustagno, del bucherame e delle stringhe soprintendeva
l'attempata sua moglie cui la natura era stata liberale come a lui,
del dono invidiabile della parola.

Ritornato adunque che fu il Burigozzo alla sua bottega, intanto che si
affannava a persuadere a quel suo preopinante che il colpo tentato
contro la persona del marchese Palavicino non poteva venire che dalla
Francia, fu improvvisamente interrotto dalle voci agre e sgarbate di
alcuni soldati e da un caporale svizzero che s'eran gettati a sedere
su d'una di quelle panche e volevano l'acquavite. Il Burigozzo tronco`
allora a mezzo la parola che stava per uscirgli di bocca, e non lascio`
che il caporale svizzero comandasse una seconda volta. Cosi`, dopo
avergli messa innanzi una panciuta damigiana, non fu contento finche`
non ebbe fatta anche a lui la sua interrogazione.

--E cosi`, caporale, non han gia` voluto che piu` vi stesse a dondolare,
e presto si scalderanno ancora le vostre miccie contro i nemici che
tornano a mostrarvi il viso.

--Si scalderanno e non si scalderanno, rispose il caporale; che cosa
sai tu?

--So che i Francesi si son gia` fatti vedere a poche miglia da
Milano... dunque....

--Dunque... io t'ho chiesto acquavite che raspi e sèdano che morda...
e non m'hai dato ne` una cosa ne` altra... e queste che ho sotto i denti
paion frasche di zucca... in quanto poi ai nemici che tu dici....

--Ci son forse novita`?

--Novita`?... Certo che ci potrebbero essere le novita`....

Qui messasi alla bocca la panciuta damigiana, e bevutone un cosi` largo
sorso come se fosse acqua:

--Nelle campagne dell'Unterwald, riprese poi, si poteva bene tirare
innanzi tre, quattro, sei mesi senza vedere il _gheld_ dei tre
cantoni, perche` il formaggio di capra, e la cervogia non manca mai
cola`. Ma codesto paese tuo ha piu` d'un malanno, e all'aria grossa che
ti fiacca le gambe maladettamente, puoi metter di costa che, se non
hai un testone col sant'Ambrogio in saccoccia, per quel di` puoi
startene a stomaco vuoto; con questo volevo dirti, che se dentr'oggi
l'eccellentissimo signor duca non ce ne da` una manata, (che le
promesse non bastano, ed ha un bel gridare il prete che ci comanda)
puoi stare ben certo, come se lo dicesse il Tell, che mai non disse
una menzogna al mondo, che noi non si combattera`, e i signori Francesi
potranno benissimo restar serviti.


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