A » B » C » D » E
F » G » H » I » J
K » L » M » N » O
P » R » S » T
U » V » W » Z

- Links

Publishers Newswire Announced Today its Latest List of Books to Bookmark, for Q4/2008
REDONDO BEACH, Calif. -- Publishers Newswire, an online resource for small publishers, as well as lesser known and first-time book authors, has announced its latest quarterly 'Books to Bookmark' list, for Q4/2008. This list is a round-up of new and interesting books which are often missed due to not originating from big name authors, or major New York book publishing houses.

Book, 'Letters From Heroes', captures triumphs of the men and women who served in World War I and II
GILROY, Calif. -- The hardships, struggles, hopes and triumphs of the men and women who served in World War I and World War II is wonderfully captured in 'Letters From Heroes' (ISBN: 978-1-58909-570-0), by Edward T. Cook, a new book just published by Bookstand Publishing. This poignant collection of real letters from real servicemen allow the reader to see things through the eyes of these soldiers and understand their thoughts about war, training, sickness, the enemy and even their food.

In New Book, Mystery of the 6,000 Year Old Science and Art of Astrology Has Been Solved
SAN FRANCISCO, Calif. -- Author of the new book, ASTROMASKS (ISBN: 978-0-615-23386-4), Vijay Rishii Ph.D., announced today that his book reveals the secret code behind the ancient and controversial science of astrology. The author decodes astrology using a new concept of complementary pairs, and gives new meanings to the zodiac signs and their real connection to humans on earth, which has never been done before in the entire history of astrology.

Stories from the Italian Poets: With Lives of the Writers, Vol. 2 - Leigh Hunt

L >> Leigh Hunt >> Stories from the Italian Poets: With Lives of the Writers, Vol. 2

Pages:
1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 | 21 | 22 | 23 | 24


In cosi poca, in cosi debol speme
Sveglia gli spirti, e gli rifranca un poco;
Indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
Dando gia il sole alla sorella loco.
Non molto va, che da le vie supreme
De i tetti uscir vede il vapor del fuoco,
Sente cani abbaiar, muggiare armento;
Viene alla villa, e piglia alloggiamento.

Languido smonta, e lascia Brigliadoro
A un discreto garzon che n'abbia cura.
Altri il disarma, altri gli sproni d'oro
Gli leva, altri a forbir va l'armatura.
Era questa la casa ove Medoro
Giacque ferito, e v'ebbe alta avventura.
Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
Di dolor sazio e non d'altra vivanda.

Quanto piu cerca ritrovar quiete,
Tanto ritrova piu travaglio e pene;
Che de l'odiato scritto ogni parete,
Ogni uscio, ogni finestra vede piena.
Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
Che teme non si far troppo serena,
Troppo chiara la cosa, che di nebbia
Cerca offuscar, perche men nuocer debbia.

Poco gli giova usar fraude a se stesso;
Che senza domandarne e chi ne parla.
Il pastor, che lo vede cosi oppresso
Da sua tristrizia, e che vorria levarla,
L'istoria nota a se the dicea spesso
Di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
Ch'a molti dilettevole fu a udire,
Gl'incomincio senza rispetto a dire:

Come esso a prieghi d'Angelica bella,
Portato avea Medoro alla sua villa;
Ch'era ferito gravemente, e ch'ella
Curo la piaga, e in pochi di guarilla;
Ma che nel cor d'una maggior di quella
Lei feri amor: e di poca scintilla
L'accese tanto e si cocente fuoco,
Che n'ardea tutta, e non trovava loco.

E, sanza aver rispetto ch'ella fosse
Figlia del maggior Re ch'abbia il Levante,
Da troppo amor constretta si condusse
A farsi moglie d'un povero fante.
All'ultimo l'istoria si ridusse,
Che 'l pastor fe' portar la gemma inante,
Ch'alla sua dipartenza, per mercede
Del buono albergo, Angelica gli diede.

Questa conclusion fu la secure
Che 'l capo a un colpo gli levo dal collo,
Poi che d'innumerabil battiture
Si vide il manigoldo Amor satollo.
Celar si studia Orlando il duolo; e pure
Quel gli fa forza, e male asconder puollo;
Per lacrime e suspir da bocca e d'occhi
Convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.

Poi ch'allagare il freno al dolor puote
(Che resta solo, e senza altrui rispetto),
Giu da gli occhi rigando per le gote
Sparge un fiume di lacrime su 'l petto:
Sospira e geme, e va con spesse ruote
Di qua di la tutto cercando il letto;
E piu duro ch'un sasso, e piu pungente
Che se fosse d'urtica, se lo sente.

In tanto aspro travaglio gli soccorre,
Che nel medesmo letto in che giaceva
L'ingrata donna venutasi a porre
Col suo drudo piu volte esser doveva.
Non altrimenti or quella piuma abborre
Ne con minor prestezza se ne leva,
Che de l'erba il villan, che s'era messo
Per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.

Quel letto, quella casa, quel pastore
Immantinente in tant'odio gli casca,
Che senza aspettar luna, o che l'albore
Che va dinanzi al nuovo giorno, nasca,
Piglia l'arme e il destriero, et esce fuore
Per mezo il bosco alla piu oscura frasca;
E quando poi gli e avviso d'esser solo,
Con gridi et urli apre le porte al duolo.

Di pianger mai, mai di gridar non resta;
Ne la notte ne 'l di si da mai pace;
Fugge cittadi e borghi, e alla foresta
Su 'l terren duro al discoperto giace.
Di se si maraviglia ch'abbia in testa
Una fontana d'acqua si vivace,
E come sospirar possa mai tanto;
E spesso dice a se cosi nel pianto:

Queste non son piu lacrime, che fuore
Stillo da gli occhi con si larga vena.
Non suppliron le lacrime al dolore;
Finir, ch'a mezo era il dolore a pena.
Dal fuoco spinto ora il vitale umore
Fugge per quella via ch'a gli occhi mena;
Et e quel che si versa, e trarra insieme
E 'l dolore e la vita all'ore estreme.

Questi, ch'indizio fan del mio tormento,
Sospir non sono; ne i sospir son tali.
Quelli han triegua talora; io mai non sento
Che 'l petto mio men la sua pena esali.
Amor, che m'arde il cor, fa questo vento,
Mentre dibatte intorno al fuoco l'ali.
Amor, con che miracolo lo fai,
Che 'n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?

Non son, non sono io quel che paio in viso;
Quel, ch'era Orlando, e morto, et e sotterra;
La sua donna ingratissima l'ha ucciso;
Si, mancando di fe, gli ha fatto guerra.
Io son lo spirito suo da lui diviso,
Ch'in questo inferno tormentandosi erra,
Accio con l'ombra sia, che sola avanza,
Esempio a chi in amor pone speranza.

Pel bosco erro tutta la notte il Conte;
E allo spuntar della diurna fiamma
Lo torno il suo destin sopra la fonte,
Dove Medoro insculse l'epigramma.
Veder l'ingiuria sua scritta nel monte
L'accese si, ch'in lui non resto dramma
Che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
Ne piu indugio, che trasse il brando fuore.

Taglio lo scritto e 'l sasso, e sin al cielo
A volo alzar fe'le minute schegge.
Infelice quell'antro, et ogni stelo
In cui Medoro e Angelica si legge!
Cosi restar quel di, ch'ombra ne gielo
A pastor mai non daran piu, ne a gregge:
E quella fonte gia si chiara e pura,
Da cotanta ira fu poco sicura:

Che rami, e ceppi, e tronchi, e sassi, e zolle
Non cesso di gittar ne le bell'onde,
Fin che da sommo ad imo si turbolle
Che non furo mai piu chiare ne monde;
E stanco al fin, e, al fin di sudor molle,
Poi che la lena vinta non risponde
Allo sdegno, al grave odio, all'ardente ira,
Cade sul prato, e verso il ciel sospira.

Afflitto e stanco al fin cade ne l'erba,
E ficca gli occhi al cielo, e non fa motto;
Senza cibo e dormir cosi si serba,
Che 'l sole esce tre volte, e torna sotto.
Di crescer non cesso la pena acerba,
Che fuor del senno al fin l'ebbe condotto.
Il quarto di, da gran furor commosso,
E maglic e piastre si straccio di dosso.

Qui riman l'elmo, e la riman lo scudo;
Lontan gli arnesi, e piu lontan l'usbergo
L'arme sue tutte, in somma vi concludo,
Avean pel bosco differente albergo.
E poi si squarcio i panni, e mostro ignudo
L'ispido ventre, e tutto 'l petto e 'l tergo;
E comincio la gran follia, si orrenda,
Che de la piu non sara mai ch'intenda.

In tanta rabbia, in tanto furor venne,
Che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovvenne,
Che fatte avria mirabil cose, penso.
Ma ne quella ne scure ne bipenne
Era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe' ben de le sue prove eccelse;
Ch'un alto pine al primo crollo svelse;

E svelse dopo il primo altri parecchi,
Come tosser finocchi, ebuli o aneti;
E fe' il simil di querce e d'olmi vecchi,
Di faggi e d' orni e d' illici a d' abeti;
Quel ch'un uccellator, the s'apparecchi
Il campo mondo, fa, per por le reti,
De i giunchi e de le stoppie e de l'urtiche,
Facchi de cerri e d' altre piante antiche.

I pastor, che sentito hanno il fracasso,
Lasciando il gregge sparso alla foresta,
Chi di qua, chi di la, tutti a gran passo
Vi vengono a veder che cosa e questa.

* * * * *

The poet breaks off here, and enters afterwards at large into the
consequences of the madness of Orlando; omitted in this work, for the
reasons mentioned at page 224.

* * * * *

No. IV.

THE DEATH OF CLORINDA.

TASSO.

Ma, ecco omai l'ora fatale e giunta
Che 'l viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta,
Che vi s'immerge, e 'l sangue avido beve;
E la veste che d'or vago trapunta
Le mammelle stringea tenera e leve
L'empie d'un caldo fiume. Ella gia sente
Morirsi, e 'l pie le manea egro e languente.

Quel segue la vittoria, e la trafitta
Vergine minacciando incalza e preme:
Ella, mentre cadea, la voce afitta
Movendo, disse le parole estreme:
Parole ch'a lei novo on spirto ditta,
Spirto di fe, di carita, di speme:
Virtu ch'or Dio le infonde; e se rubella
In vita fu, la vuole in morte ancella:

Amico, hai vinto; io ti perdon: perdona
Tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
All'alma si: deh! per lei prega: e dona
Battesmo a me ch'ogni mia colpe lave.
In queste voci languide risuona
Un non so che di flebile e soave,
Che al cor gli serpe, ed ogni sdegno ammorza,
E gli occhi a lagrimar gl' invoglia e sforza.

Poco quindi lontan nel sen del monte
Scaturia mormorando an picciol rio:
Egli v'accorse, e l'elmo empie nel fonte,
E torno mesto al grande ufficio e pio.
Tremar senti la man, mentre la fronte,
Non conosciuta ancor, sciolse e scoprio.
La vide, e la conobbe; e resto senza
E voce, e moto. Ahi vista! ahi cognoscenza!

Non mori gia; che sue virtuti accolse
Tutte in quel punto, e in guardia al cor le mise;
E, premendo il suo affanno, a dar si volse
Vita coll'acqua a chi col ferro uccise.
Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse,
Colei di gioia trasmutossi, e rise:
E in atto di morir lieto e vivace,
Dir parea; S'apre il cielo; io vado in pace.

D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,
Come a gigli sarian miste viole;
E gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
Sembra per la pietate il cielo e 'l sole;
E la man nuda e fredda alzando verso
Il cavaliero, in vece di parole,
Gli da pegno di pace. In questa forma
Passa la bella donna, e par che dorma.

Come l'alma gentile uscita ei vede,
Rallenta quel vigor ch'avea raccolto,
E l'imperio di se libero cede
Al duol gia fatto impetuoso e stolto,
Ch' al cor si stringe, e chiusa in breve sede
La vita, empie di morte i sensi e 'l volto.
Gia simile all' estinto il vivo langue
Al colore, al silenzio, agli atti, al sangue.

E ben la vita sua sdegnosa e schiva,
Spezzando a sforza il suo ritegno frale,
La bell'anima sciolta alfin seguiva,
Che poco innanzi a lei spiegava l'ale;
Ma quivi stuol de' Franchi a caso arriva,
Cui trae bisogno d' acqua, o d'altro tale;
E con la donna il cavalier ne porta,
In se mal vivo, e morto in lei ch'e morta.

* * * * *

No V.

TANCRED IN THE ENCHANTED FOREST.

THE SAME.

Era in prence Tancredi intanto sorto
A seppellir la sua diletta amica;
E, benche in volto sia languido e smorto,
E mal atto a portar elmo e lorica,
Nulladimen, poi che 'l bisogno ha scorto,
Ei non ricusa il rischio o la fatica;
Che 'l cor vivace il suo vigor trasfonde
Al corpo si, che par ch'esso n'abbonde.

Vassene il valoroso in se ristretto,
E tacito e guardingo al rischio ignoto
E sostien della selva il fero aspetto,
E 'l gran romor del tuono e del tremoto;
E nulla sbigottisce; e sol nel petto
Sente, ma tosto il seda, un picciol moto.
Trapassa; ed ecco in quel silvestre loco
Sorge improvvisa la citta del foco.

Allor s' arretra, e dubbio alquanto resta,
Fra se dicendo: Or qui che vaglion l'armi?
Nelle fauci de' mostri, e 'n gola a questa
Divoratrice fiamma andro a gettarmi?
Non mai la vita, ove cagione onesta
Del comun pro la chieda, altri risparmi;
Ma ne prodigo sia d' anima grande
Uom denso; e tale e ben chi qui la spande.

Pur l'oste che dira, s'indarno io riedo?
Qual altra selva ha di troncar speranza?
Ne intentato lasciar vorra Goffredo
Mai questo varco. Or, s'oltre alcun s'avanza,
Forse l'incendio, che qui sorto i' vedo,
Fia d'effetto minor che sembianza;
Ma seguane che puote. E in questo dire
Dentro saltovvi: oh memorando ardire!

Ne sotto l'arme gia sentir gli parve
Caldo o fervor come di foco intenso;
Ma pur, se fosser vere fiamme o larve,
Mal pote giudicar si tosto il senso:
Perche repente, appena tocco, sparve
Quel simulacro, e giunse un nuvol denso,
Che porto notte e verno; e 'l verno ancora
E l'ombra dileguossi in picciol'ora.

Stupido si, ma intrepido rimane
Tancredi; e poiche vede il tutto cheto,
Mette securo il pie nelle profane
Soglie, e spia della selva ogni secreto.
Ne piu apparenze inusitate e strane,
Ne trova alcun per via scontro o divieto,
Se non quanto per se ritarda il bosco
La vista e i passi, inviluppato e fosco.

Alfine un largo spazio in forma scorge
D'anfiteatro, e non e pianta in esso,
Salvo che nel suo mezzo altero sorge,
Quasi eccelsa piramide, un cipresso.
Cola si drizza, e nel mirar s' accorge
Ch' era di varj segni il tronco impresso,
Simil a quei, che in vece uso di scritto
L'antico gia misterioso Egitto.

Fra i segni ignoti alcune note ha scorte
Del sermon di Soria, ch'ei ben possiede:
O tu, che dentro ai chiostri della morte
Osasti por, guerriero audace, il piede,
Deh! se non sei crudel, quanto sei forte,
Deh! non turbar questa secreta sede.
Perdona all'alme omai di luce prive:
Non dee guerra co' morti aver chi vive.

Cosi dicea quel motto. Egli era intento
Delle brevi parole ai segni occulti.
Fremere intanto udia continuo il vento
Tra le frondi del bosco e tra i virgulti;
E trarne un suon che flebile concento
Par d'umani sospiri e di singulti;
E un non so che confuso instilla al core
Di pieta, di spavento e di dolore.

Pur tragge alfin la spada, e con gran forza
Percote l'alta pianta. Oh maraviglia!
Manda fuor sangue la recisa scorza,
E fa la terra intorno a se vermiglia.
Tutto si raccapriccia; e pur rinforza
Il colpo, e 'l fin vederne ei si consiglia.
Allor, quasi di tomba, uscir ne sente
Un indistinto gemito dolente;

Che poi distinto in voci: Ahi troppo, disse,
M' hai tu, Tancredi, offesso: or tanto basti:
Tu dal corpo, che meco e per me visse,
Felice albergo gia, mi discacciasti.
Perche il misero tronco, a cui m'affisse
Il mio duro destino, ancor mi guasti?
Dopo la morte gli avversarj tuoi,
Crudel, ne' lor sepolcri offender vuoi?

Clorinda fui: ne sol qui spirto umano
Albergo in questa pianta rozza e dura;
Ma ciascun altro ancor, Franco o Pagano,
Che lassi i membri a pie dell'alte mura,
Astretto e qui da novo incanto e strano,
Non so s' io dica in corpo o in sepoltura.
Son di sensi animati i rami e i tronchi;
E micidial sei tu, se legno tronchi.

Qual infermo talor, ch'in sogno scorge
Drago, o cinta di fiamme alta Chimera,
Sebben sospetta, o in parte anco s'accorge
Che simulacro sia non forma vera,
Pur desia di fuggir, tanto gli porge
Spavento la sembianza orrida e fera:
Tale il timido amante appien non crede
Ai falsi inganni: e pur ne teme, e cede:

E dentro il cor gli e in modo tal conquiso
Da varj affetti, che s' agghiaccia e trema;
E nel moto potente ed improvviso
Gli cade il ferro: e 'l manco e in lui la tema.
Va fuor di se. Presente aver gli e avviso
L' offesa donna sua, che plori e gema:
Ne puo soffrir di rimirar quel sangue,
Ne quei gemiti udir d'egro che langue.

Cosi quel contra morte audace core
Nulla forma turbo d' alto spavento;
Ma lui, che solo e fievole in amore,
Falsa imago deluse e van lamento.
Il suo caduto ferro instanto fuore
Porto del bosco impetuoso vento,
Sicche vinto partissi; e in sulla strada
Ritrovo poscia, e ripiglio la spada.

Pur non torno, ne ritentando ardio
Spiar di novo le cagioni ascose;
E poi che, giunto al sommo Duce, unio
Gli spirti alquanto, e l'animo compose,
Incomincio: Signor, nunzio son io
Di non credute e non credibil cose.
Cio che dicean dello spettacol fero,
E del suon paventoso, e tutto vero.

Maraviglioso foco indi m'apparse,
Senza materia in un istante appreso;
Che sorse, e, dilatando un muro farse
Parve, e d' armati mostri esser difeso.
Pur vi passai; che ne l'incendio m' arse,
Ne dal ferro mi fu l'andar conteso:
Verno in quel punto, ed annotto: fe' il giorno
E la serenita poscia ritorno.

Di piu diro; ch'agli alberi da vita
Spirito uman, che sente e che ragiona.
Per prova sollo: io n'ho la voce udita,
Che nel cor flebilmente anco mi suona.
Stilla sangue de' tronchi ogni ferita,
Quasi di molle carne abbian persona.
No, no, piu non potrei (vinto mi chiamo)
Ne corteccia scorzar, ne sveller ramo.







Pages:
1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 | 21 | 22 | 23 | 24